Reggio Emilia, 30 Ottobre: Brandoli e Ravarelli uccisero insieme
Carcere a vita. È la condanna inflitta dalla corte d’Assise di Reggio al grafico milanese Davide Ravarelli (36 anni) e a Francesca Brandoli (34 anni di Modena) per aver ucciso, la sera del 30 novembre 2006, l’ex marito di lei, l’artigiano Christian Cavaletti, davanti alla sua casa di via Caboto a Reggiolo. La donna è stata ritenuta responsabile anche del reato di calunnia, per aver ingiustamente accusato nell’immediatezza dei fatti il supertestimone Ivan Losapio. Fu un agguato premeditato con un movente preciso: la donna non sopportava che il tribunale avesse affidato i due figli al marito nella causa di seperazione e voleva riprenderli. Gli imputati, oltre a dover far fronte alle spese processuali, dovranno anche versare una provvisionale immediatamente esecutiva alle parti civili: 75mila euro ciascuno ai due figli della vittima, 60mila euro ciascuno ai genitori Franca Aldrovandi e Claudio Cavaletti, 30mila euro alla nonna paterna Ezilde Menegatti. La sentenza è stata letta dal presidente Pietro Fanile alle 22,17 di ieri sera, dopo nove ore di camera di consiglio. In aula, nonostante l’affollamento di avvocati, parenti e cronisti, un silenzio irreale. Davide Ravarelli ha ascoltato le parole del presidente sbarrando gli occhi. Immobile, di fianco al suo avvocato Liborio Cataliotti che tanto si è speso nel corso del processo. Sotto choc, gli agenti della penitenziaria lo hanno portato via prima che potesse proferire verbo. Francesca Brandoli invece è scoppiata in un pianto a dirotto, sconvolta. Pure lei non ha parlato, sorretta dall’avvocato difensore Lucrezia Pasolini. A quasi due anni dal delitto, la corte ha quindi accolto la tesi e le richieste del pubblico ministero Valentina Salvi. Cavaletti fu ucciso da entrambi. Ravarelli lo aggredì per primo con un coltello con una lama di 18 centimetri, i fendenti furono dieci. L'ex moglie lo finì invece colpendolo con nove martellate. A incastrarli, oltre alle testimonianze del sistema di videosorveglianza del centro commerciale Grandemilia, agli scontrini che certificano l'acquisto delle armi, dei guanti e dei berretti, e ai vicini di casa che li videro rientrare a Modena due ore dopo il delitto, ha contribuito in modo decisivo il supertestimone Losapio. Vicino di casa della vittima, fu il primo a soccorrerlo e a vedere scappare l'assassino. A ciò si sono aggiunte le intercettazioni ambientali: «Abbiamo scavalcato con i guanti sporchi di sangue».