Cavriago (RE),29 Luglio: Concorso in bancarotta e false comunicazioni sociali
La parabola dell’impero della moda di Cavriago si è conclusa ieri con un blitz delle Fiamme Gialle e gli arresti di Giovanni e Walter Burani, ex amministratore delegato ed ex presidente di una delle aziende che avevano reso grande il nome di Reggio nel mondo. Le ordinanze di custodia cautelare firmate dal giudice delle indagini preliminari di Milano Fabrizio D’Arcangelo non sono solo un veemente atto di accusa verso la spregiudicatezza dei due imprenditori, ma rappresentano - più dell’abbandono di Marielladel team creativo dellagriffe - il necrologio di una delle “famiglie regnanti” dell’imprenditoria reggiana. Lo sgommare delle auto della Guardia di Finanza nel cortile dello stabilimento sotto lo sguardo raggelato e sgomento dei dipendenti ha chiuso simbolicamente una vicenda che - potrà sì continuare nelle aule giudiziarie - moralmente ha già emesso il suo verdetto inappella bile. Specchio fedele della genesi e dell’evoluzione della crisi globale, il crac Burani è emblematico anche delle metastasi che hanno determinato a livello planetario il crollo dei mercati e le sue pesanti ricadute sull’economia reale. Nel loro microcosmo, i Burani hanno riprodotto in scala quei meccanismi speculativi di allontanamento dalle logiche industriali per lanciarsi in una rincorsa del profitto fine a se stesso tramite spericolate operazioni di finanza pura e con la costruzione di “castelli di sabb ia ” societari, infinite catene di controllo nelle quali si perdeva il nesso tra la produzione, i mercati e il denaro. I finanzieri li hanno prelevati a Cavriago, li hanno condotti prima in Questura per le foto segnaletiche quindi nella sede del comando provinciale. Il padre è uscito verso le 15,30 ed è stato condotto nella villa di via Aspromonte, a Cavriago: è ai domiciliari in considerazione dei suoi 77 anni. Il figlio primogenito invece alle 16,30 è stato trasferito nel carcere milanese di San Vittore, a disposizione dei magistrati. L’accusa formulata dai pm Luigi Orsi e Mauro Clerici? Bancarotta fraudolenta per dissipazione e falso in bilancio per il dissesto che ha portato, nei mesi scorsi, al fallimento della holding di famiglia Mariella Burani Fashion Group e la Burani Designer Holding. Il figlio «sarebbe stato l’ideatore e il diretto gestore », le cui azioni «non potevano trovare attuazione senza il consenso del padre». Per il gip D’Arcangelo padre e figlio erano posseduti a una vera e propria «smania finanziaria» che ha “travolto ” l’attività del gruppo e che, tramite spericolate operazioni, intendeva invece sostenere in modo artificioso il titolo in Borsa. I magistrati si soffermano a lungo sulla Opa (offerta pubblica di acquisto) lanciata da Bdh (Burani and Design Holding, olandese) sul 15% del capitale di Mbfg (Mariella Burani Fashion Group) nell’estate 2008. Un’opa «incoerente con l’interesse sociale» a causa del prezzo (82 milioni per comprare a 17,5 euro un titolo che poco dopo un anno ne varrà solo 2). Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge: «Giovanni e Walter Burani, con la complicità degli altri indagati (sarebbero il cugino Ettore Burani, Giuseppe Gullo, Kevin Mark Compere Tempestini e Stefano Maria Setti, ndr), manager e soggetti terzi, hanno perseguito con continuità il disegno criminale di trarre in inganno risparmiatori e creditori, nonché le autorità di controllo dei mercati, costruendo mediante operazioni fittizie la falsa apparenza di una solida realtà economica, allo scopo di drenare risorse sul mercato borsistico e dal ceto creditorio, che venivano poi, anziché impiegate in una effettiva politica di sviluppo industriale del gruppo, dilapidate per sostenere l'apparenza ingannevole di titoli floridi, in una spirale perversa che necessariamente doveva condurre al default delle imprese». E ancora. Il castello di “bugie” si traduceva in una alterazione «sensibile della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società e comunque determinanti variazioni del risultato economico superiore al 5% e variazioni del patrimonio netto superiori all'1%. Valutazioni estimative che, singolarmente considerate differiscono in misura superiore al 10% da quella corretta». Rispetto all’accusa di falso in bilancio, secondo i magistrati i due «con lo scopo di procurarsi ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori, falsificavano i libri sociali e le scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari». Il giudice parla anche di «spregiudicatezza assoluta e capacità criminale dei Burani ed in particolare di Giovanni, che, pur consapevoli dell’esistenza di indagini della Finanza, di un procedimento penale a loro carico e di una procedura amministrativa della Consob, non esitano di cercare di far nuovamente ricorso ad operazioni fittizie». Mentre da intercettazioni telefoniche emergerebbe «una rete di relazioni intrattenute con soggetti italiani e stranieri ai margini del mondo economico regolare, che quantomeno appaiono privi di credibilità rispetto ai mercati regolamentati e all’ambiente finanziario ufficiale, e che vengono usati per operazioni dai contorni ambigui ed oscuri».